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Concorsi letterari
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Il folletto
di "Il Cuore Comanda"
Finchè si trattava della frutta, avrei anche potuto chiudere un occhio, si sa, la frutta costa poco. Dopo iniziò a scomparire il latte dalla ciotola del gatto, anche qui, non è che mi interessava poi tanto! Poi cominciò a sparire il miele, e passi pure quello, a me neanche piaceva il miele! Ma quando iniziarono le sparizioni di fette di formaggio, diventai un pochino nervoso. All’inizio comunque, si trattava di piccoli bocconcini, quasi di avanzi, anche se tenendo a mente il costo del formaggio, non era proprio una cosa da nulla! Un giorno però, sparì un’intera forma di pecorino, quello con la “lacrima” per intenderci, al che, dissi basta! Questo folletto mi aveva veramente stancato! Così decisi che dopo cena mi sarei nascosto in cucina aspettando che arrivasse per le sue solite incursioni. Non volevo fargli del male, gli avrei solo detto: “Amico, il mio lavoro di boscaiolo non mi permette questa sorta di beneficenza quindi, o ti cerchi un lavoro pure tu, oppure ti trovi uno più ricco di me, ne convieni?”.
“Ma lascialo stare, ma che ti importa, per così poco!”. Mia moglie. Lei non conosceva il valore dei soldi.
“ E dai papà, non lo cacciare via, anche lui deve mangiare!”. Mia figlia, nove anni.
La mia famiglia mi dava sempre contro. Non era una novità.
Così quella sera, dopo che mia moglie e mia figlia andarono a letto presto (come le galline!), aspettai, dietro la credenza, che il folletto si presentasse. Era estate, e dormivamo sempre con le finestre aperte. Tanto, chi sarebbe venuto mai a rubare in una casa in mezzo al bosco! Solo un folletto, appunto!
Il folletto però, non si presentò.
Stessa cosa la sera dopo, e quella dopo ancora. Quella specie di animale malefico! Pareva quasi se lo sentisse che lo stavo aspettando. Ma non mi diedi per vinto. Continuai i miei appostamenti finchè una sera, arrivò. Ero quasi sul punto di cedere alle lusinghe di Morfeo, quando dalla finestra della cucina sbucò una punta rossa, facendomi destare di soprassalto dalla quasi dormiveglia. Dapprima non pensai al folletto, ma quando cominciò ad arrampicarsi sulla finestra, capii che era lui. Quando mi si mostrò per intero, fui preso dal disgusto. Quanto era brutto! Sarà stato alto sessanta forse settanta centimetri, il suo viso era uno sberleffo alla bellezza. La sua pelle non sembrava d'un vecchio ma, la barba lunghissima, che quasi toccava il suolo; il suo naso a patata, peggio di quello di Karl Malden, e tutta la sua faccia, contorta in una smorfia di perenne disarmonia, gli conferivano un’aria tale che, incontrandolo nel bosco, chiunque sarebbe scappato via terrorizzato. La creatura diede una rapida occhiata attorno a sé, prese dal tavolo una forma di caciotta, lasciata da me come esca, e, con un balzo degno di un felino acrobata, saltò fuori dalla finestra. Rimasi per un attimo imbambolato, tutto accadde così rapidamente che non ebbi neanche il tempo di pensare. Appena realizzai l’accaduto, anch’io saltai fuori dalla finestra, e cominciai a rincorrere il folletto. Salterellava tutto contento con la caciotta sotto braccio, per lui il bosco era come una strada di città, non aveva problemi. Io invece dovevo stare attento. Mentre correvo quasi cascai per una radice troppo superficiale, e un ramo di betulla mi si stava quasi ficcando in un occhio. Gli urlai da dietro: “ Fermati! Ladro!”. Si voltò un attimo, fece una specie di ghigno che non saprei come classificare, e continuò la sua fuga. Stavo correndo al mio limite, sentivo di non farcela più, mi avrebbe fatto fesso anche questa volta pensai, quando a un certo punto un cervo sbucò fuori all’improvviso andando a cozzare addosso al folletto. Il folletto cadde ferendosi una gamba, il cervo, rimasto illeso, fuggì via, e io mi ritrovai con il folletto ai miei piedi, in mio potere. La sua faccia era un misto di paura e rabbia, ma anche di rassegnazione, sapeva che non sarebbe potuto più sfuggirmi.
“Ora cosa hai deciso di fare eh? La devi smettere capito? Il formaggio è mio, e tu in casa mia non ci devi mettere più piede mi sono spiegato bene?”
Il folletto continuava a fissarmi, senza parlare, così lo spronai con un leggero calcio sulla gamba.
“Ahi!”
“Allora ti decidi a rispondermi!? Qual è il tuo nome?”
“Zimpi”, replicò la creatura ferita.
“ Bel nome, bel nome davvero!”
“Coza vuoi da me ?”. La sua voce era così strana!
“Cosa voglio io da te? Se tu che devi dirmi cosa vuoi da me! Per chi mi hai preso? La devi smettere con questi furtarelli, non ne posso più!”
“Voi umani ziete una razza egoista. Avete dizbozcato mezzo bozco, non zo più dove cercarmi da mangiare. Gli alberi non danno più frutta come un tempo. Voi avete troppo, tuttavia bramate per avere ancora di più. Ziete avidi. Avidi e perverzi.”
“Senti- ora stavo perdendo la pazienza- dei tuoi problemi a me non interessa nulla. Se ti ripesco un’altra volta in casa mia, non ti seguirò più, ma semplicemente metterò un po’ di piombo dentro di te. Comprendi?”
“Zì, comprendo, comprendo molto io”.
Ero sul punto di andarmene, quando un pensiero si intrufolò nella mia testa. Tesoro. Ma i folletti non hanno un tesoro? Si dice che chi incontra un folletto può farsi dare il suo tesoro no? Forse queste erano solo leggende, ma ora io l’avevo lì davanti, e che mi costava tentare?
“Di un po’, dove tieni nascosto il tuo tesoro?”
“Quale tezoro?”, la sua espressione mostrava preoccupazione, capii che il tesoro ce l’aveva per davvero.
“Non fare il furbo, o tu mi porti dove nascondi il tuo tesoro, o io ti uccido”. Lo alzai per un braccio e senza dire una parola mi portò nel suo nascondiglio.
“E’ lì dentro”, annunciò con una voce flebile. Mi feci carponi per entrare nella grotta. Era tutto buio, ma in fondo si apprezzava un leggero bagliore. Andai in quella direzione e, che spettacolo! Un sacco giaceva mezzo aperto, e lì dentro c’era tutta la ricchezza del mondo! Lingotti, smeraldi, rubini e soprattutto, diamanti, tanti diamanti! Alcuni erano grossi come noci di cocco! A fatica cominciai a trascinare il sacco, pesava un’enormità! Quando fui fuori dalla grotta il folletto era lì, fermo in piedi con un ramo di abete a uso stampella. Mi guardò con uno sguardo che non avrei dimenticato per tutta la vita. Era uno sguardo di totale disperazione, ma che stava a significare anche qualcos’altro, che avrei compreso solo in seguito.
“Ti saluto pollo. La caciotta puoi anche tenertela, e buon appetito!”, lo sbeffeggiai.
“Non riuzzirai a godertelo”, furono le ultime sue parole mentre mi allontanavo.
Il sacco era pesante come una colpa inespiabile, concedetemi questo paragone. Ma nonostante il peso con cui mi stavo giocando la schiena, ero tanto felice! Canterellavo lungo il bosco. C’era uno scoiattolo che passava. Lo vidi e gli dissi: “ Ehi, io sono ricco lo sai! Ricchissimo!”. La bestiola mi diede una bella guardata, quindi si dileguò in tutta fretta su un albero. Incontrai un orso intento a trafugare del miele da un alveare: “ Amico ascolta, io sono l’uomo più ricco del mondo lo sai!”. L’orso si girò per un attimo, mi scrutò dalla testa ai piedi, quindi riprese il suo lavoretto, incurante delle api che lo circondavano.
Giunsi a casa a notte fonda. Svegliai mia moglie e mia figlia. Appena videro l’oro, la loro carità mostrata in precedenza svanì. Mia moglie si gettò tra i diamanti, e con questi si lavò il viso. Mia figlia iniziò a canticchiare: õ “ Diamonds are forever, forever.. õõõ…Diamonds are forever, forever forever õõõ...”. Eravamo tutti felici.
Dopo aver trincato vino, spumante e champagne, andammo a letto. Domani sarei dovuto andare presto a lavoro, ma non mi interessava. Non mi interessava nel senso che non ci sarei andato! Quella notte sognai di essere il re Mida.
Il mattino seguente, Catullo, il gatto, era sparito. In un altro momento mia figlia sarebbe scoppiata a piangere, ma adesso anche lei era così felice al pensiero di avere finalmente giocattoli mai posseduti, che non gliene poteva fregare di meno del gatto. Anzi, nemmeno se ne rese conto.
Il giorno ancora dopo tuttavia, fu mia figlia a sparire. Anche se sparire non è il termine più corretto. Sarebbe meglio dire che non era mai esistita. Infatti mia moglie non ricordava di aver mai avuto una figlia. Prima di andare a letto le dissi: “Tu devi essere pazza”. Mi sentivo distrutto nell’animo ma, in fin dei conti, c’era il tesoro di Zimpi a confortarmi.
Il giorno ancora dopo, nemmeno mia moglie esisteva più. Anche in questo caso, ero l’unico a rendersene conto: “Perché, tu sei sposato!?”, mi domandò il capo della polizia locale, Armando, un mio amico. Erano tutti impazziti all’improvviso, oppure mi stavano prendendo in giro?
Ora non avevo più una famiglia ma, avevo sempre il mio tesoro!
Alcuni giorni dopo, non avevo più un solo amico, tutti svaporati nel nulla! E allora iniziai a capire. Zimpi. Doveva essere opera sua, quel maledetto! Lo andai a cercare nella caverna dove viveva. Appena mi vide, non mostrò alcun segno di paura.
“Microbo insignificante, la vuoi smettere!? Mi stai rovinando la vita!”
“Te l’avevo detto che non zarezti riuzzito a goderti la tua ricchezza”, sogghignò beffardo.
In quell’istante, tutta la mia rabbia venne fuori, Nemesi prese possesso di me, e scesi più in basso della volta scorsa. Vicino a me c’era un tocco di legno, lo afferrai e, con tutta la forza che avevo, alimentata dalla mia sete di vendetta, cominciai a colpire il povero folletto sulla testa. Il suo cappello a punta cadde, rivelando una testa stempiata. Continuavo a picchiarlo forte, ero preso da un impulso di follia omicida. Proseguii a colpire il folletto anche quando ormai era palesemente morto. Ora non ero solo un ladro, ma anche un assassino. Scappai via da quel luogo di morte. Nel bosco dominava un silenzio sepolcrale. Non si sentiva un uccello cantare, tutti gli animali erano in lutto per Zimpi. Persino il vento aveva sospeso i suoi sbuffi, e perciò anche gli alberi riposavano immobili. Rientrato a casa, chiusi tutte le finestre, tutte le persiane, e mi misi a letto, con un cuscino sulla testa. Avevo vergogna di farmi vedere anche dai muri. Credo anche loro avrebbero puntato il loro dito accusatore verso di me, se solo avessero avuto delle dita.
Il mattino seguente, si era dissolto il mondo intero. Nulla, nulla! Esisteva più, almeno per me. Ero circondato da… nulla! Perché nulla esisteva più! Non c’era né il buio né la luce. Non c’era l’aria.
Ero a… in… nel… non posso dirlo!
Però una cosa c’era ancora.
C’era ancora tutto il tesoro che avevo portato via a Zimpi.
La cosa mi confortò.
Non andava poi così male dopo tutto; io… ero sempre… L’uomo più ricco del mondo!
Il Cuore Comanda
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